Pubblichiamo una poesia sulle morti sul lavoro di un compagno della Cgil e la sua introduzione.

“Ormai non passa giorno che ci siano dei morti sul lavoro. E’ un bollettino di guerra, una mattanza quotidiana. In questi anni mi sono battuto perchè sui media si andasse oltre la fredda contabilità dei morti sul lavoro. Lo faccio per restituire un po’ di dignità ai lavoratori. Si parla sempre di numeri ma mai del fatto che dietro un operaio scomparso ci sono dei padri, madri, figli, fratelli, sorelle. Che quasi sempre rimangono soli, abbandonati da tutti, alle prese spesso con una burocrazia infernale. (…) Ancora sono in tanti, troppi, che definiscono queste morti, con il termine ipocrita e assurdo “morti bianche”, quando di bianco in queste morti non c’è un bel niente. Anni fa avevo scritto una poesia, perchè la si smettesse di usare questo termine assurdo, invitando ad usare dei termini adeguati. Eccola di seguito”.

Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza di Firenze.

 

LE CHIAMANO “MORTI BIANCHE”

Le chiamano “morti bianche”, come avvenissero senza sangue.
Le chiamano “morti bianche”, perché l’aggettivo bianco allude all’assenza di una mano direttamente responsabile dell’accaduto, invece la mano responsabile c’è sempre, a volte più di una.
Le chiamano “morti bianche”, come fossero dovute alla casualità, alla fatalità, alla sfortuna.
Le chiamano “morti bianche”, ma il dolore che fa loro da contorno potrebbe reclamare ben altra sfumatura cromatica.
Le chiamano “morti bianche” per farle sembrare candide, immacolate, innocenti.
Le chiamano “morti bianche”, fanno clamore, giusto il tempo di una prima pagina. Poi le vittime e le loro famiglie finiscono spesso nel dimenticatoio.
Le chiamano “morti bianche”, per evitare che si parli di omicidi sul lavoro.
Le chiamano “morti bianche”, bianche come il silenzio, come l’indifferenza che si portano dietro.
Le chiamano “morti bianche”, ma quasi sempre dipendono dal fatto che in quell’azienda non si rispettavano neanche le minime norme per la sicurezza sul lavoro.
Le chiamano “morti bianche”, un modo di dire beffardo, per delle morti che più sporche di così non possono essere.
Le chiamano “morti bianche”, come il lenzuolo che copre le coscienze dei colpevoli.
Le chiamano “morti bianche”, ma sono tragedie inaccettabili per un Paese che si definisce civile, che non può permettersi di avere tutte queste morti sul lavoro.
Le chiamano “morti bianche”, ma in realtà sono nere, non solo perché ogni morte è “nera” ma perché spesso, quasi sempre, le vittime non risultano nemmeno nei libri paga dei loro “padroni”: padroni della loro vita. E della loro morte.
Le chiamano “morti bianche”, ma non fanno solo morti, rovinano famiglie e rendono tanti giovani orfani e soli.
Le chiamano “morti bianche”, un eufemismo che andrebbe abolito, perché è un insulto ai familiari e alle vittime del lavoro.
Le chiamano “morti bianche”, pochi ne parlano, ma sono tragedie sottostimate nei dati ufficiali.
Le chiamano “morti bianche”, ma non lo sono mai.

Marco Bazzoni