C’è una statistica che dovrebbe farci fermare un attimo: in Italia quasi un anziano su tre vive senza nessuno accanto. Tra gli over 75 la quota sale al 37%, tra chi ha superato gli 85 anni sfiora il 50%. Sono numeri Istat, non impressioni: 4,6 milioni di ultra-65enni vivono soli, e oltre 845 mila non hanno letteralmente nessuno a cui rivolgersi in caso di bisogno. Il tasso di solitudine dei nostri anziani è il doppio della media europea, ma solitudine non solo fisica ma anche digitale. SPID, fascicolo sanitario elettronico, prenotazioni delle visite, perfino il cedolino della pensione: servizi pensati per farci risparmiare tempo, che per chi ha superato i 65 anni diventano spesso un ostacolo insormontabile. In Italia la popolazione anziana non arriva al 65% di alfabetizzazione digitale, e in molti casi questa “competenza” si riduce a saper rispondere a una chiamata. (fonte Istat dati su solitudine e popolazione anziana, ripresi da TPI.it, “Esclusione digitale in Italia: per gli anziani età e tecnologia sono un muro”)

I numeri raccontano un divario che si allarga con l’età: naviga online circa il 68% degli utenti tra i 65 e i 74 anni, ma tra gli over 75 la quota crolla al 31%, ma il problema non è l’assenza di dispositivi, è la distanza tra quei dispositivi e le pratiche che davvero contano. Le cronache di quest’anno ne sono piene: l’86enne che non sa come pagare una multa arrivata solo in digitale, o chi riceve la comunicazione della dichiarazione dei redditi con un QR code da inquadrare per guardare un video-tutorial pensato per aiutare, ma di fatto incomprensibile a chi non ha mai usato la fotocamera dello smartphone in quel modo. Qualcuno l’ha chiamata “digitalizzazione selvaggia”: corre più veloce delle persone che dovrebbe servire, e finisce per trasformarsi da aiuto a barriera, costringendo tanti anziani a dipendere da terzi spesso i nipoti anche per pratiche elementari.

Anche se qualcosa sul piano legislativo sta cambiando, come la Legge 33 del 2023, che è la prima riforma organica dell’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia, che ha istituito il SNAA, il Sistema Nazionale per la popolazione Anziana non autosufficiente, con il compito di coordinare gli interventi tra Stato, Regioni ed enti locali. Sulla carta il sistema è partito, ma la nuova prestazione universale di assistenza domiciliare resta sperimentale fino al 31 dicembre 2026, con l’entrata a regime rimandata al 2027 e l’accesso condizionato a un bisogno assistenziale elevato e a soglie economiche basse. (fonte Isisto.it “Riforma assistenza anziani: a che punto siamo nel 2026”)

Se le riforme nazionali procedono a fatica, sul territorio torinese esiste già da tempo un antidoto concreto alla solitudine: le leghe dello SPI, i presidi di quartiere e di comune del sindacato pensionati della CGIL, distribuiti in una quarantina di sedi tra Torino e provincia da Chivasso alle periferie della città, fino ai centri più piccoli della cintura. Non sono solo sportelli per il patronato o il CAAF: sono, per molti anziani soli, l’unico posto dove trovare qualcuno che ascolta, aiuta a orientarsi tra una pratica e l’altra, spiega come funziona lo SPID senza far sentire nessuno stupido per non saperlo usare. La sfida dei prossimi anni non è scegliere tra assistenza tradizionale e innovazione tecnologica, ma tenerle insieme, con le risorse e la presenza umana che ancora mancano. Il rischio, altrimenti, è che l’Italia resti un paese poco ospitale per chi avrebbe più bisogno di essere raggiunto non per mancanza di strumenti, ma per l’incapacità di renderli davvero accessibili a tutti. Cerca le sedi più vicine, chiedi aiuto, la Spi Cgil Torino è qua per te.