La riforma dell’assistenza territoriale delineata dal Decreto Ministeriale 23 maggio 2022, n. 77 è stata presentata come la svolta strategica per superare la centralità ospedaliera e costruire un sistema di cura diffuso attraverso le Case della Comunità. Come Spi Cgil Torino, per verificare quanto questa architettura teorica trovasse riscontro nella realtà quotidiana dei cittadini, nel mese di luglio 2026 abbiamo promosso ed effettuato una vasta campagna di sopralluoghi diretti sul campo. Il monitoraggio è stato coordinato dalla Segretaria dello Spi Cgil Torino Lucia Centillo, con il supporto dell’apparato tecnico curato da Irena Frascà. Attraverso le nostre leghe sindacali territoriali, abbiamo ispezionato e monitorato i vari presidi sociosanitari dislocati nell’area metropolitana di Torino e nei comuni della provincia, coprendo i bacini d’utenza delle Aziende Sanitarie Locali Asl Città di Torino, Asl TO3, Asl TO4 e Asl TO5. L’esito di questo nostro lavoro d’indagine ha poi trovato una cassa di risonanza nell’ampio approfondimento giornalistico dedicato alla vicenda dal Corriere della Sera, che ha ripreso ed evidenziato le criticità da noi riscontrate.
I dati e le situazioni operative che abbiamo toccato con mano durante le nostre visite delineano un quadro territoriale fortemente disomogeneo e, sotto molti aspetti, allarmante. Presso la Casa della Comunità di via Luzzati a Torino, abbiamo constatato una struttura pienamente operativa nell’arco delle dodici e ventiquattr’ore e il progressivo trasferimento dei servizi di neuropsichiatria, ma anche una marcata e preoccupante scopertura nell’organico degli infermieri di famiglia e di comunità. Una condizione ancora più emblematica è quella che abbiamo registrato nel presidio di Trofarello, afferente all’Asl TO5: nonostante sia stato inaugurato con grande enfasi istituzionale a metà luglio 2026, durante la nostra visita ci siamo trovati di fronte a una struttura del tutto improduttiva e priva di operatività reale, a causa dell’assenza dei medici di medicina generale e del personale sociosanitario. Parallelamente, nel cantiere di via Marconi a Chivasso abbiamo osservato un’attivazione parziale limitata al Punto Unico di Accesso e al consultorio, con la sospensione dei servizi di riabilitazione, mentre la struttura di Avigliana, pur garantendo una rete di prestazioni integrata, mostrava evidenti segni di sovraccarico funzionale per la carenza di medici specialisti. In altre realtà provinciali, tra cui Nichelino e La Loggia, i nostri delegati hanno registrato il blocco o il forte ritardo dei lavori a causa di pratiche di bonifica ambientale o di adempimenti burocratici nella consegna degli immobili.
L’osservazione diretta condotta durante i nostri sopralluoghi dimostra come la semplice consegna di un edificio ristrutturato o l’installazione di macchinari diagnostici avanzati, quali ecografi e spirometri, non equivalgano affatto all’erogazione di un servizio sanitario effettivo. Il personale medico e sanitario che abbiamo incontrato all’interno delle strutture ha confermato le nostre perplessità: gli interventi edilizi hanno completato gli involucri esterni, ma è mancata del tutto la pianificazione necessaria per popolare questi spazi con professionisti formati e per riorganizzare i tempi di lavoro. In assenza di un’integrazione vera tra la medicina generale e la rete specialistica, le Case della Comunità rischiano di ridursi a involucri burocratici privi di ricadute concrete sulla salute pubblica.
Di fronte alle nostre denunce, riprese dalla stampa nazionale e locale, la posizione dell’Assessorato Regionale alla Sanità ha cercato di ridimensionare la portata delle nostre rilevazioni. Nelle sue dichiarazioni, l’Assessore Federico Riboldi ha difeso l’operato della Giunta sostenendo che l’istituzione delle Case della Comunità costituisce un modello ad avanzamento progressivo, la cui regolarità formale è certificata dal censimento di oltre centosettanta presidi regionali da parte degli organismi europei. La Regione ha inoltre attribuito la mancanza di medici e infermieri a un problema strutturale di rilievo nazionale, legato ai tetti di spesa assunzionali e alla passata programmazione dei corsi universitari, rigettando la responsabilità di una cattiva gestione locale.
La riposta a questo indegno “scarica barile” arriva dalla voce della Segretaria Regionale dello Spi Piemonte Enrica Valfrè e alla quale noi ci uniamo in coro e riteniamo che questa risposta non affronti il nodo centrale della questione. La criticità principale risiede nella mancanza di un indirizzo politico chiaro e di linee guida omogenee da parte della Regione nei confronti delle singole ASL, lasciate ad un’azione frammentata e incontrollata. Consentire che questi presidi rimangano aperti solo a metà o privi del personale necessario significa produrre un progressivo svuotamento della sanità pubblica, spingendo inevitabilmente i cittadini ad orientarsi verso il settore privato per ottenere le prestazioni diagnostiche e assistenziali di cui hanno bisogno. Senza un piano straordinario di assunzioni e una regia regionale capace di governare davvero l’organizzazione del lavoro e l’integrazione dei servizi sociosanitari, le Case della Comunità rischiano di rimanere una grande opportunità mancata per la tutela della nostra comunità.

